Franco Toscano

Mai come oggi, periodo in cui la Chiesa è disastrata, abbiamo bisogno di San Giuseppe

patrono della Chiesa Universale, proclamato da Pio IX, nel suo decreto “urbi et orbi” del 9 dicembre 1870.
Abbiamo appena una pallida idea di quanto sia grande la santità di san Giuseppe; ecco quel che dice san Giovanni Battista de la Salle.
"San Giuseppe era un uomo giusto. Ed è naturale che sia così perché la giustizia è la dote più importante di cui aveva bisogno per guidare Gesù che era Dio e quindi la santità stessa. Non era ammissibile che chi doveva fargli da guida non fosse anch’egli santo e giusto al cospetto di Dio. Era anzi sommamente opportuno che, dopo la Santissima Vergine, egli fosse la persona più santa che si potesse trovare, per potere avere rapporti con Gesù, a lui direttamente affidato”.
---
Di santa Teresa del Bambin Gesù, per esempio, si dice che non abbia mai commesso un peccato veniale deliberato ma non si dice che non abbia mai fatto peccati veniali di sorpresa (1). Difatti alcuni dicono che solo due santi, a parte la Madonna, Immacolata Concezione, non abbiano mai commesso un solo peccato veniale anche di sorpresa e sono; san Giovanni Battista e, ovviamente, san Giuseppe.
---
Santa Teresa del Bambin Gesù: « Pregavo anche San Giuseppe perché vegliasse su di me; fin dalla mia infanzia avevo una devozione per lui che si confondeva con il mio amore per la Santa Vergine. Ogni giorno recitavo la preghiera: "O San Giuseppe, padre e protettore delle vergini... ». In effetti, come si può dissociare la devozione a san Giuseppe dall'amore per la Santa Vergine ?
Nella preghiera a san Giuseppe si dice : "...allontana da noi, o Padre amatissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta contro il potere delle tenebre,..."
---
Mai come oggi la terra è ammorbata da errori e vizi ed è sotto il potere delle tenebre, del demonio. Nelle litanie san Giuseppe si invoca anche come Terror daemonum, terrore dei demoni.
---
Insomma, se non siamo ancora convinti, queste parole di santa Teresa d'Avila dovrebbero finire per convincerci dell'importanza della devozione a san Giuseppe.
---
«Io invece presi per mio avvocato e patrono il glorioso S. Giuseppe, e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio Padre e Protettore mi aiutò nella necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi in cui era in gioco il mio onore e la salute della mia anima. Ho visto chiaramente che il suo aiuto mi fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare. Non mi ricordo finora di averlo mai pregato di una grazia senza averla subito ottenuta. Ed è cosa che fa meraviglia ricordare i grandi favori che il Signore mi ha fatto e i pericoli di anima e di corpo da cui mi ha liberata per l’intercessione di questo Santo benedetto.
Ad altri Santi sembra che Dio abbia concesso di soccorrerci in questa o in quell'altra necessità, mentre ho sperimentato che il glorioso S. Giuseppe estende il suo patrocinio su tutte. Con ciò il Signore vuol farci intendere che a quel modo che era a lui soggetto in terra, dove egli come padre putativo gli poteva comandare, così anche in cielo fa tutto quello che gli chiede. Ciò han riconosciuto per esperienza anche altre persone che dietro mio consiglio si sono raccomandate al suo patrocinio. Molte altre si sono fatte da poco sue devote per aver sperimentato questa verità.
Procuravo di celebrarne la festa con la maggior possibile solennità. È vero che ci mettevo più vanità che spirito, perché volevo che si facesse tutto con ricercatezza e scrupolosità, ma l’intenzione era buona. Del resto, era questo il mio male, che appena il Signore mi faceva grazia d’intraprendere qualche cosa di buono, lo frammischiavo a molte imperfezioni e mancanze. – Dio mi perdoni se per il male, le ricercatezze e le vanità usavo invece tanta industria e diligenza!
Per la grande esperienza che ho dei favori ottenuti da S. Giuseppe, vorrei che tutti si persuadessero ad essergli devoti. Non ho conosciuto persona che gli sia veramente devota e gli renda qualche particolare servizio senza far progressi in virtù. Egli aiuta moltissimo chi si raccomanda a lui. È già da vari anni che nel giorno della sua festa io gli chiedo qualche grazia, e sempre mi sono vista esaudita. Se la mia domanda non è tanto retta, egli la raddrizza per il mio maggior bene.
Se la mia parola potesse essere autorevole, ben volentieri mi dilungherei nel narrare dettagliatamente le grazie che questo Santo glorioso ha fatto a me e ad altri, ma non volendo varcare i limiti che mi furono imposti, in molte cose sarò breve più di quanto vorrei, e in altre più lunga del bisogno: insomma, come colei che ha poca discrezione in tutto ciò che è bene.
Chiedo solo per amore di Dio che chi non mi crede ne faccia la prova, e vedrà per esperienza come sia vantaggioso raccomandarsi a questo glorioso Patriarca ed essergli devoti. Gli devono essere affezionate specialmente le persone di orazione, perché non so come si possa pensare alla Regina degli Angeli e al molto che ha sofferto col Bambino Gesù, senza ringraziare S. Giuseppe che fu loro di tanto aiuto.
Chi non avesse maestro da cui imparare a far orazione, prenda per guida questo Santo glorioso, e non sbaglierà.
Piaccia al Signore che non abbia sbagliato io nell’arrischiarmi a parlare di lui, perché sebbene mi professi sua devota, tuttavia nel modo di servirlo e imitarlo sono sempre piena di difetti. Egli, da quegli che è, mi ha dato di potermi alzare da letto, raddrizzarmi e camminare; e io, da quella che sono, l’ho ripagato con usar male la sua grazia».
Dall’autobiografia di Santa Teresa d’Avila.
---
Le litanie di san Giuseppe
Kyrie, eléison.
Christe, eléison.
Kyrie, eléison.
Christe, audi nos.
Christe, exáudi nos.
Pater de cælis, Deus, miserére nobis.
Fili, Redémptor mundi, Deus, miserére nobis.
Spíritus sancte, Deus, miserére nobis.
Sancta Trínitas, unus Deus, miserére nobis.
Sancta María, ora pro nobis.
Sancte Ioseph, ora pro nobis.
Proles David ínclyta, ora pro nobis.
Lumen Patriarchárum, ora pro nobis.
Dei Genitrícis sponse, ora pro nobis.
Custos Redemptóris, ora pro nobis.
Custos pudíce Vírginis, ora pro nobis.
Fílii Dei nutrítie, ora pro nobis.
Christi defénsor sédule, ora pro nobis.
Serve Christi, ora pro nobis.
Miníster salútis, ora pro nobis.
Almæ Famíliæ præses, ora pro nobis.
Ioseph iustíssime, ora pro nobis.
Ioseph castíssime, ora pro nobis.
Ioseph prudentíssime, ora pro nobis.
Ioseph fortíssime, ora pro nobis.
Ioseph obedientíssime, ora pro nobis.
Ioseph fidelíssime, ora pro nobis.
Spéculum patiéntiæ, ora pro nobis.
Amátor paupertátis, ora pro nobis.
Exémplar opíficum, ora pro nobis.
Domésticæ vitæ decus, ora pro nobis.
Custos vírginum, ora pro nobis.
Familiárum cólumen, ora pro nobis.
Fúlcimen in difficultátibus, ora pro nobis.
Solátium miserórum, ora pro nobis.
Spes ægrotántium, ora pro nobis.
Patróne éxsulum ora pro nobis.
Patróne afflictórum, ora pro nobis.
Patróne páuperum, ora pro nobis.
Patróne moriéntium, ora pro nobis.
Terror dæmónum, ora pro nobis.
Protéctor sanctæ Ecclésiæ, ora pro nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi, parce nobis, Dómine.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi, exáudi nos, Dómine.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi, miserére nobis.
℣. Constítuit eum dóminum domus suæ.
℞. Et príncipem omnis possessiónis suæ.
Orémus.
Deus, qui ineffábili providéntia beátum Ioseph, sanctíssimæ Genitrícis tuæ sponsum elígere dignátus es, prǽsta, quǽsumus, ut, quem protectórem venerámur in terris, intercessórem habére mereámur in cælis. Qui vivis et regnas in sǽcula sæculórum.
℞. Amen.
---
A TE O BEATO GIUSEPPE
A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione ricorriamo e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio, insieme con quello della tua santissima Sposa.
Per quel sacro vincolo di carità, che ti strinse all’Immacolata Vergine Madre di Dio, e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno, la cara eredità che Gesù Cristo acquistò col suo sangue, e col tuo potere ed aiuto soccorri ai nostri bisogni.
Proteggi, o provvido Custode della divina Famiglia, l’eletta prole di Gesù Cristo; allontana da noi, o Padre amantissimo, la peste di errori e di vizi che ammorba il mondo;
assistici propizio dal cielo in questa lotta contro il potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore; e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del bambino Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità; e stendi ognora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso possiamo virtuosamente vivere, piamente morire, e conseguire l’eterna beatitudine in cielo.
Amen!
---
A te o beato Giuseppe è un preghiera scritta da Leone XIII in calce alla lettera enciclica "Quamquam pluries" del 15 agosto 1889. Leone XIII, eletto papa il 20 febbraio 1878, ha messo sotto la potentissima protezione di san Giuseppe, celeste patrono della Chiesa, il suo pontificato (allocuzione ai cardinali del 28 marzo 1878).
Indulgenza di 7 anni e 7 quarantene ogni volta che si recita la detta orazione.
Imprimatur:
Genova, 29 luglio 1909 - C. De Amicis Vie. G.
---
Sant'Alfonso de' Liguori, il quale scrisse e fece molte cose in onore di San Giuseppe, trovandosi moribondo fu sentito balbettare: «Oh, quanti nemici stranieri!» Un sacerdote che l'assisteva sentendo queste parole, gli ricordò che Gesù era morto per noi, e lo esortò ad offrire a Dio il sacrificio della propria vita. In seguito fu visto muovere le labbra e fissare gli occhi sopra un'immagine di Maria; non si capì ciò che dicesse, fu però capita la recita di un' Ave Maria. Gli fu anche presentata un'immagine di San Giuseppe: egli la prese fra le mani, la fissò un poco, poi rivolto a colui che gliel'aveva presentata, disse: E' San Giuseppe? Sì, gli fu risposto, e conviene che si raccomandi a Lui. A questa esortazione, Sant'Alfonso si pose a balbettare preghiere che non furono intese, e continuò a fissare l'immagine di San Giuseppe con aria ridente, e stette in tale posizione finchè i suoi occhi si chiusero per sempre. Visibilmente accanto a Sant'Alfonso moribondo vi era la sola immagine di San Giuseppe, invisibilmente vi era forse questo Santo in persona, e certo vi era con il suo aiuto. E noi, se vogliamo che la vista dell'immagine di San Giuseppe ci sia poi di conforto in punto di morte, fin d'ora raccomandiamogli sovente la nostra ultima agonia, ripetendo la bella giaculatoria: Gesù, Giuseppe, Maria, assistetemi nell'ultima agonia.
---
ORAZIONE di sant'Alfonso a san Giuseppe.
Santo mio Protettore, a voi con ragione toccò quella santa morte, perché fu santa tutta la vostra vita. A me con ragione spetterebbe una morte infelice, perché l'ho meritata con la mia mala vita. Ma se voi mi difendete, io non mi perderò. Voi non solo siete stato grande amico del mio Giudice, ma siete stato ancora il suo custode ed aio. Se voi mi raccomandate a Gesù, egli non saprà condannarmi. Santo mio Patriarca, io vi eleggo dopo Maria per mio principale avvocato e protettore. Vi prometto nella vita che mi resta, di onorarvi ogni giorno con qualche ossequio speciale e di mettermi sotto il vostro patrocinio. Io non lo merito, ma voi, per l'amore che portate a Gesù ed a Maria, accettatemi per vostro servo perpetuo. E per quella dolce compagnia, che Gesù e Maria vi fecero in vostra vita, proteggetemi sempre nella mia vita, affinchè io non mi divida mai da Dio perdendo la sua grazia. E per quell'assistenza, che Gesù e Maria vi fecero in morte, proteggetemi specialmente nell'ora della mia morte, affinché io, morendo accompagnato da voi, da Gesù e da Maria, venga un giorno a ringraziarvi in paradiso, ed in vostra compagnia a lodare ed amare in eterno il nostro Dio.
******
*****
****
Ricordo l'importanza della meditazione mettendo un estratto del mio post, 14 ottobre 2024, su santa Teresa d'Avila, maestra della vita spirituale e, come si è visto, grande devota di san Giuseppe.
---
Vuoi salvarti? Medita. Vuoi dannarti? Non meditare. Esagerato ! diranno alcuni, eppure è quel che dice santa Teresa d'Avila: "chi non fa meditazione, non ha bisogno che il demonio lo tenti e trascini nell'inferno, ci va da sé"-"meditazione e peccato mortale non possono andare insieme ; o si lascia l'una o si lascia l'altro"-"Promettete di fare un quarto d’ora di meditazione ogni giorno ed io, nel nome di Gesù Cristo, vi prometto il Paradiso"- "La porta del castello è l’orazione. Pretendere di entrare in cielo senza prima entrare in noi stessi per meglio conoscersi e considerare la nostra miseria, per vedere il molto che dobbiamo a Dio e il bisogno che abbiamo della sua misericordia, è una vera follia.".-“Purché non abbandoniamo l'orazione, il Signore volge tutto in nostro bene, anche se nessuno ce ne dica il modo.”-
"Un’anima senza orazione è come un corpo paralitico e storpiato, che sebbene abbia piedi e mani, di essi però non si può servire."
-----
Santa Teresa d'Avila o di Gesù, gigante della spiritualità, maestra della vita spirituale, insiste molto sull'importanza dell'orazione mentale o meditazione. Ne abbiamo citato qualche frase.
-----
Alcuni si potrebbero stupire che santa Teresa dica; "Promettete di fare un quarto d’ora di meditazione ogni giorno ed io, nel nome di Gesù Cristo, vi prometto il Paradiso". Chi si stupisce non deve dimenticare che Gesù le è apparso molte volte e parlava con lei famigliarmente quindi probabilmente glielo ha detto; in tutti i casi, anche se non glielo ha detto esplicitamente, santa Teresa di Gesù aveva sufficiente familiarità con Gesù per poter dire: "...ed io, nel nome di Gesù Cristo, vi prometto il Paradiso"
---
Ecco il link sulle meditazioni giornaliere che metto tutti i giorni nelle: Storie.
preghiereperlafamiglia.it/meditazioni/0319.htm
-----
----
---
nota (1) ADOLFO TANQUEREY
Compendio di Teologia Ascetica e Mistica. "Rispetto alla perfezione vi è grandissima differenza tra i peccati veniali di sorpresa e quelli che si commettono di proposito deliberato, con piena avvertenza e con pieno consenso.
724. Delle colpe di sorpresa. I Santi stessi commettono qualche volta colpe di sorpresa, lasciandosi andare un istante, per irriflessione e per debolezza di volontà, a negligenze negli esercizi spirituali, ad imprudenze, a giudizi o a parole contrarie alla carità, a piccole bugie per scusarsi. Sono colpe certamente biasimevoli e le anime fervorose amaramente le deplorano, ma non sono ostacolo alla perfezione; il Signore che conosce la nostra debolezza le scusa facilmente: "ipse cognovit figmentum nostrum"; del resto le ripariamo quasi subito con atti di contrizione, di umiltà, di amore, che sono più durevoli e più volontari che non i peccati di fragilità.
Quello che dobbiamo fare rispetto a queste colpe è di diminuirne il numero e schivare lo scoraggiamento. a) Si possono diminuire con la vigilanza: si cerca di rifarsi alla causa e di sopprimerla, ma senza fretta od affanno, confidando più sulla grazia divina che sui nostri sforzi; bisogna soprattutto sforzarsi di sopprimere ogni affetto al peccato veniale; perché come osserva S. Francesco di Sales 724-1, "se il cuore vi si attacca, si perde tosto la soavità della devozione e tutta la devozione stessa".
725. b) Ma bisogna pure attentamente evitare lo scoraggiamento e il dispetto di coloro "che si irritano di essersi irritati, si rattristano di essersi rattristati" 725-1; questi movimenti provengono in sostanza dall'amor proprio che si turba e s'inquieta al vederci tanto imperfetti, Per schivar questo difetto bisogna guardar le colpe nostre con quella benignità con cui guardiamo quelle degli altri, odiare, sì, i nostri difetti e le nostre debolezze ma con odio tranquillo, con viva coscienza della nostra debolezza e della nostra miseria, e con ferma e calma volontà di far servire queste colpe alla gloria di Dio, adempiendo con maggior fedeltà ed amore il dovere presente.
Ma i peccati veniali deliberati sono grandissimo ostacolo al progresso spirituale e devono essere vigorosamente combattuti. A convincercene, vediamo la malizia e gli effetti.
I. Malizia del peccato veniale deliberato.
726. Questo peccato è un male morale, il più gran male in sostanza dopo il peccato mortale; è vero che non ci fa deviar dal nostro fine ma ci ritarda il cammino, ci fa perdere un tempo prezioso e soprattutto è offesa di Dio; in ciò consiste principalmente la sua malizia.
727. È infatti una disubbidienza a Dio, in materia leggiera, è vero, ma voluta dopo averci riflettuto, e che, agli occhi della fede, è veramente qualche cosa di odioso perchè assale l'infinita maestà di Dio.
A) È un'ingiuria, un insulto a Dio: mettiamo sulla bilancia da un lato la volontà di Dio e la sua gloria, e dall'altro il nostro capriccio, il nostro diletto, la nostra gloriuzza, e osiamo preferirci a Dio! Quale oltraggio! Una volontà, infinitamente sapiente e retta, sacrificata alla nostra che è così soggetta all'errore e al capriccio! "È, dice S. Teresa 727-1, come se si dicesse: Signore, benchè quest'azione vi dispiaccia, pure io la farò. So bene che voi la vedete, so molto bene che non la volete; ma preferisco seguire la mia fantasia e la mia inclinazione anzichè la vostra volontà. E vi par poca cosa trattar così? Per me, per quanto leggiera sia la colpa in se stessa, la giudico invece grave e gravissima".
728. B) Ne consegue, per colpa nostra, una diminuzione della gloria esterna di Dio: fummo creati per procurarne la gloria obbedendo perfettamente e amorosamente ai suoi ordini; ora, ricusando di ubbidirgli, sia pure in materia leggiera, gli sottraiamo parte di questa gloria; in cambio di proclamare, come Maria, che vogliamo glorificarlo in tutte le nostre azioni "Magnificat anima mea Dominum", ricusiamo positivamente di glorificarlo in questa o in quella cosa.
C) Ed è quindi un'ingratitudine; colmati di più numerosi benefici perchè suoi amici, e sapendo che chiede in ricambio la nostra riconoscenza e il nostro amore, noi ricusiamo di fargli quel piccolo sacrificio; invece di studiarci di piacergli, non ci curiamo di dispiacergli. Onde un raffreddamento dell'amicizia di Dio verso di noi: egli ci ama senza riserva e chiede in ricambio che l'amiamo anche noi con tutta l'anima; "Diliges Dominum Deum tuum ex toto corde tuo et in tota anima tua et in tota mente tua" 728-1. Ma noi non gli diamo che una parte di noi stessi, facciam delle riserve, e, pur volendo conservarne l'amicizia, gli mercanteggiamo la nostra e non gli diamo che un cuore diviso. C'è qui, com'è chiaro, indelicatezza, mancanza di slancio e di generosità, che non può che diminuire l'intimità con Dio.
II. Effetti del peccato veniale deliberato.
729. 1° In questa vita, il peccato veniale commesso frequentemente e di proposito deliberato, priva l'anima di molte grazie, diminuisce gradatamente il fervore e predispone al peccato mortale.
A) Il peccato veniale priva l'anima non della grazia santificante nè dell'amor di Dio, ma la priva d'una nuova grazia che avrebbe ricevuto se avesse resistito alla tentazione e quindi pure d'un grado di gloria che con la sua fedeltà avrebbe potuto acquistare; la priva d'un grado d'amore che Dio voleva darle. Non è questa una perdita immensa, la perdita d'un tesoro più prezioso del mondo intiero?
730. B) È una diminuzione di fervore, vale a dire di quella generosità con cui l'anima si dà intieramente a Dio. Questa disposizione infatti suppone un alto ideale e lo sforzo costante per accostarvisi. Ora l'abitudine del peccato veniale è incompatibile con queste due cose.
a) Nulla tanto diminuisce il nostro ideale quanto l'affetto al peccato: in cambio d'essere pronti a far tutto per Dio e mirare alla vetta, ci fermiamo deliberatamente lungo il cammino, a mezza costa, per godere di qualche piccolo piacere proibito; perdiamo così un tempo prezioso; cessiamo di guardare in alto per trastullarci a cogliere alcuni fiori che presto appassiranno; cominciamo allora a sentir la fatica, e la vetta della perfezione, anche quella a cui eravamo personalmente chiamati, ci sembra troppo lontana e troppo ripida: diciamo a noi stessi che non è poi necessario mirare sì alto, e che uno può salvarsi a più buon mercato; e l'ideale che avevamo intravisto non ha più attrattive per noi. Uno dice a sè stesso: questi moti di compiacenza, queste piccole sensualità, queste amicizie sensibili, queste maldicenze sono poi cose inevitabili; bisogna rassegnarsi. b) Allora lo slancio verso le altezze è troncato; si camminava prima di passo allegro, sorretti dalla speranza di toccar la meta; ora invece si comincia a sentire il peso del giorno e della fatica, e, quando vogliamo riprendere le ascese, l'affetto al peccato veniale c'impedisce d'avanzare. L'uccello attaccato al suolo tenta invano di prendere lo slancio in alto: al suolo ricade spossato; così le anime nostre, trattenute da affetti a cui non vogliamo rinunziare, ricadono presto più o meno spossate dal vano sforzo che hanno tentato. Qualche volta, è vero, ci pare di poter riprendere l'antico slancio; ahimè! altri legami ci trattengono, e non abbiamo più la costanza necessaria per troncarli tutti uno dopo l'altro. Vi è dunque un raffreddamento di carità che dà da pensare.
731. C) Il gran pericolo che allora ci minaccia è di scivolare a poco a poco giù fin nel peccato mortale. Crescono infatti le nostre inclinazioni al piacere proibito e d'altra parte le grazie di Dio diminuiscono, tanto che viene il momento in cui possiamo temere tutti i peggiori tracolli.
a) Crescono le nostre inclinazioni al piacere cattivo: quanto più si concede a questo perfido nemico tanto più chiede, perchè è insaziabile.
Oggi la pigrizia ci fa abbreviar la meditazione di cinque minuti, domani ne chiede dieci; oggi la sensualità si contenta di qualche piccola imprudenza, domani si fa più ardita ed esige qualche cosa di più. Dove fermarsi su questo pericoloso pendìo? Uno tenta di tranquillarsi pensando che son colpe solo veniali: ma ahimè! a poco a poco s'accostano alle colpe gravi, le imprudenze si rinnovano e turbano più profondamente l'immaginazione e i sensi. È il fuoco che cova sotto la cenere e che può diventar focolare d'incendio; è il serpente che uno si riscalda in seno e che si prepara a mordere e avvelenare la vittima. -- Il pericolo è tanto più prossimo per questo che, a furia di esporvisi, è meno temuto: vi si prende dimestichezza, si lasciano cadere, l'un dopo l'altro, i baluardi che difendevano la cittadella del cuore, e viene il momento in cui con un assalto più furioso, il nemico penetra nella piazzaforte.
732. b) Il che è tanto più da temere in quanto che le grazie di Dio generalmente diminuiscono a proporzione delle nostre infedeltà. 1) È infatti legge di Provvidenza che le grazie ci sono date secondo la nostra cooperazione "secundum cujusque dispositionem et cooperationem". È questo in sostanza il senso della parola evangelica: "A chi ha, si dà di più e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha, qui enim habet dabitur ei et abundabit; qui autem non habet et quod habet auferetur ab eo" 732-1. Ora, con l'affetto al peccato veniale, noi resistiamo alla grazia e ne ostacoliamo l'azione nell'anima, onde ne riceviamo assai meno. Ora, se con più copiose grazie non abbiamo saputo resistere alle cattive inclinazioni della natura, vi resisteremo con grazie o con forze diminuite? 2) D'altra parte, quando un'anima manca di raccoglimento e di generosità, non riesce a cogliere quegli interni movimenti della grazia che la sollecitano al bene, perchè vengono presto soffocati dallo strepito delle rideste passioni. 3) Del resto la grazia non può santificarci se non chiedendoci sacrifici, ma le abitudini del piacere acquistate con l'affetto alle colpe veniali rendono questi sacrifici assai più difficili.
733. Si può dunque conchiudere col P. L. Lallemand 733-1: "La rovina delle anime viene dal moltiplicarsi dei peccati veniali che cagionano la diminuzione dei lumi e delle ispirazioni divine, delle grazie e delle consolazioni interiori, del fervore e del coraggio per resistere agli assalti del nemico. Ne segue l'acciecamento, la debolezza, le cadute frequenti, l'abitudine, l'insensibilità, perchè, guadagnato che sia l'affetto, si pecca quasi senza aver sentimento del peccato".
734. 2° Gli effetti del peccato veniale nell'altra vita 734-1, ci mostrano quanto dobbiamo temerlo: infatti molte anime passano i lunghi anni nel Purgatorio per espiarlo. E che cosa soffrono in quel luogo d'espiazione?
A) Vi soffrono il più intollerabile dei mali, la privazione di Dio. Non è certamente una pena eterna ed è appunto questo che la distingue dalle pene dell'inferno. Ma, per un tempo più o meno lungo, proporzionato al numero e alla gravità delle colpe, queste anime che amano Dio, che, separate da tutte le gioie e distrazioni della terra, pensano costantemente a lui e bramano ardentemente di vederne la faccia, vengono private della sua vista e del suo possesso e patiscono ineffabili strazi. Capiscono ora che fuori di Lui non possono essere felici; ma ecco rizzarsi innanzi a loro, come insormontabile ostacolo, quella moltitudine di peccati veniali che non hanno sufficientemente espiati. Del resto sono tanto comprese della necessità della mondezza richiesta a contemplare la faccia di Dio che si vergognerebbero di comparire davanti a lui senza questa mondezza e non consentirebbero mai ad entrare in cielo finchè resta in loro qualche traccia del peccato veniale 734-2. Sono quindi in uno stato violento, che ben riconoscono d'aver meritato ma che non lascia per questo di torturarle.
735. B) Inoltre, secondo la dottrina di S. Tommaso, un sottil fuoco le penetra, ne molesta l'attività, e fa loro provare fisici patimenti per espiare i colpevoli diletti a cui acconsentirono, Accettano certo di gran cuore questa prova, perchè intendono bene che è necessaria per unirsi a Dio.
"Vedendo, dice S. Caterina da Genova 735-1, il purgatorio ordinato a levar via le sue macchie, l'anima vi si getta dentro e le par trovare una grande misericordia per potersi levare quell'impedimento". Ma tale accettazione non toglie che queste anime soffrano molto: "L'amore di Dio, il quale ridonda nell'anima, le dà una contentezza sì grande che non si può esprimere, ma questa contentezza alle anime che sono in purgatorio non toglie scintilla di pena, anzi quell'amore, il quale si trova ritardato, è quello che fa la loro pena, e tanto fa pena maggiore quant'è la perfezione dell'amore del quale Dio le ha fatte capaci" 735-2.
Eppure Dio non è soltanto giusto ma anche misericordioso! Ama queste anime con amore sincero, tenero, paterno; desidera ardentemente di darsi ad esse per tutta l'eternità; e se non lo fa, è perchè vi è incompatibilità assoluta tra la infinita sua santità e la minima macchia, il minimo peccato veniale. Non potremo dunque mai troppo abbominarlo, mai troppo schivarlo e mai troppo ripararlo con la penitenza.
Tanquerey: Compendio di Teologia Ascetica e …
296